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L’ORATORIO
e i suoi punti di
forza
Intervento del Vescovo
Adriano nel vicariato Guastallese
Sabato 12 gennaio 2008
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Premessa Premetto
che, non vivendo direttamente l’esperienza degli oratori guastallesi,
posso solo con questo mio intervento fare riferimento: alla mia esperienza
di parrocchia con un grosso oratorio impostato secondo la tradizione
milanese; la visita pastorale che ho attuata dal febbraio al dicembre del
2006; e riflettendo sul Nuovo
documento 2003 sugli oratori, frutto di un lavoro di due anni nel
Vicariato di Guastalla.
1.
Un sentimento di gioia Provo
un sentimento di gioia nel vedere continuata questa tradizione
dell’Oratorio. Si tratta proprio di una bella tradizione, quella
dell’Oratorio! Non ha una storia lunga come l’ha la tradizione della
parrocchia, ma l’Oratorio non è nato oggi, ieri, l’altro ieri. Nasce
cinque secoli fa da una animata discussione tra S. Filippo Neri (che a
Roma aveva inventato una particolare forma di oratorio) e S. Carlo
Borromeo (che da buon milanese non accettava volentieri che qualcuno gli
“soffiasse” qualche brillante idea). S. Filippo pensava
all’Oratorio, soprattutto ai preti dell’Oratorio, come ad una
istituzione non legata all’autorità dei vescovi locali (e infatti
l’oratorio di S. Filippo Neri diverrà una congregazione religiosa); S.
Carlo desiderava invece che nella sua diocesi vi fossero preti totalmente
dedicati al vescovo e alla pastorale. Fu
così che a Milano iniziarono le Scuole
della dottrina cristiana per formare il popolo e in particolare i più
giovani. Nel 1616, con il Card. Federigo Borromeo, queste scuole divennero
i primi oratori di quartiere per raccogliere e formare i ragazzi del
popolo. Due secoli più tardi, il Card. Andrea Carlo Ferrari istituì gli
Oratori per ogni parrocchia della diocesi così che oggi, a Milano,
l’Oratorio non è facoltativo, ma è un preciso dovere dei Parroci.
Analogo impegno, se non erro, ha caratterizzato l’episcopato qui del
vescovo Giacomo Zaffrani negli anni Trenta. Infatti,
l’Oratorio non è altro dalla
Parrocchia né potrebbe esserlo: piuttosto, esso rappresenta quasi la
Parrocchia in piccolo o formato-ragazzo, perché si propone proprio come allenamento (il
Card. Montini diceva palestra)
alla vita comune, secondo lo stile di Gesù, così che un ragazzo e un
giovane, crescendo nella maturità di una fede adulta e consapevole,
possano di conseguenza immettersi pienamente nella vita della comunità
ecclesiale. La Parrocchia è,
dunque, colei che genera l’Oratorio, e a sua volta l’Oratorio rigenera
la Parrocchia, perché da esso dovrebbero provenire i cristiani adulti
della comunità di domani. 2.
L’Oratorio nel cambiamento Molti
(anche tra preti) affermano che l’Oratorio oggi è in crisi, perché è
cambiata la società, le distrazioni sono molte, educare è più
difficile… Tuttavia, rimane vero che, da parte nostra, non possiamo
semplicemente trascurare una istituzione con cinque secoli di storia alle
spalle, solo perché i tempi sono difficili: ogni epoca ha le sue
difficoltà, ma il compito della Chiesa non è quello di arrendersi, bensì
di imparare a discernere sempre il
vero bene dei ragazzi e dei giovani. Proprio
perché il mondo sembra andare da un’altra parte, occorre che
l’Oratorio si riproponga in modo chiaro come opportunità
per un reale e valido cammino educativo di fede. Oggi molte nostre
strutture hanno perso la rilevanza di un tempo (cinematografi, circoli
parrocchiali, polisportive...), ma ciò è anche un bene, perché se oggi
le persone vengono alla Chiesa non è più perché lì c’è l’unico
campo di calcio del paese, o perché lì il divertimento costa meno, ma
piuttosto perché si intende compiere un cammino di comunione e di fede.
È importante che i giovani, andando all’Oratorio, si sentano amati e
riconoscano alla Chiesa una ricchezza di umanità ispirata ai valori
evangelici che non trovano in altri contesti (discoteca…). L’Oratorio
non è anzitutto un luogo, una struttura, ma una comunità che ama i suoi
ragazzi e giovani. È quanto, alla vigilia della GMG 2005 a Colonia,
Benedetto XVI diceva a noi Vescovi italiani: “Sappiamo
bene che molti di loro non sono in grado di comprendere e di accogliere
subito tutto l’insegnamento della Chiesa ma proprio per questo è
importante risvegliare in loro l’intenzione di credere con la Chiesa, la
fiducia che questa Chiesa, animata e guidata dallo Spirito, è il vero
soggetto della fede, inserendoci nel quale entriamo e partecipiamo nella
comunione della fede. Affinché ciò possa avvenire, i giovani devono
sentirsi amati dalla Chiesa, amati in concreto da noi Vescovi e
sacerdoti”. Di
fatto, noi viviamo ancora di molto tradizionalismo per cui andare all’Oratorio per tanti significa solo entrare
all’Oratorio per sfruttare ciò che fa comodo (il bar, il ritrovo tra
amici, spazio gratuito per il gioco, una festa), senza però capire
l’obiettivo delle varie attività e iniziative che l’Oratorio propone:
infatti tutto quanto l’Oratorio è o fa non ha la semplice funzione di
raccogliere i ragazzi perché siano fisicamente
lì e non altrove; i cortili dell’Oratorio non sono bagnati di acqua
santa così che chi ci mette il piede diviene automaticamente buono solo
per il fatto che è dentro l’Oratorio, anziché in strada. Piuttosto
occorre comprendere che l’Oratorio ha un fine
preciso: quello di condurre i ragazzi e i giovani a trovare Gesù e a sceglierlo: tutto quanto in Oratorio si fa ha
sempre e solo questo scopo, e ogni attività dell’Oratorio prima di
venire attuata deve necessariamente confrontarsi con questa finalità.
Qualora un’iniziativa o persino un gioco, una vacanza, una festa non
rispondesse più a quel fine, andrebbero corretti o, se è il caso,
addirittura sospesi. 3.
Oratorio, una scelta da fare In
Oratorio sono quindi necessarie delle scelte sia da parte degli educatori,
sia da parte dei ragazzi e giovani
che lo frequentano: l’Oratorio
non manda via nessuno, ma
non può rinunciare a proporre in maniera chiara l’obiettivo di una
scelta di fede da fare, sia pure gradualmente. Quando un ragazzo o
un giovane compie scelte diverse, gli educatori non possono che provarne
rincrescimento e cercheranno, nel limite delle possibilità e delle loro
capacità personali, di trovare il modo per non rinunciare all’annuncio
del Vangelo anche ai giovani lontani. La
sfida è quella di presentare e proporre i vari passi di un cammino che
possa portare a fare delle scelte. Tuttavia di fronte al “no” di
alcuni non è possibile scendere al compromesso o rendere la proposta
educativa meno esigente: significherebbe, alla fine, annacquare il Vangelo
o “indorare la pillola”, quasi nascondendo al ragazzo e al giovane le
vere esigenze della sequela che però, quando venissero scoperte,
provocherebbe comunque la medesima reazione di accoglienza o di rifiuto.
Invece
i “no” ad una proposta educativa sono da mettere perciò in conto e,
anzi, sono la prova che si sta proponendo proprio il Vangelo e non dei
surrogati. La pecorella smarrita va sempre ricercata, ma come faceva Gesù,
che non ha mai detto va bene così,
bensì ha sempre chiesto a chi camminasse fuori strada di cambiare e di
convertirsi! Si tratta di accentuare l’identità cristiana della nostra
proposta educativa. Spesso, una forte identità cristiana non allontana,
ma crea interesse ed attira. Si
dice che i giovani siano incontentabili. No, è vero, spesso, che non si
accontentano più di poco! 4.
Oratorio = stile di vita E
qual è allora questo cambiamento che anche l’Oratorio domanda a chi lo
frequenta? Il riferimento è ancora a Gesù e al suo stile di vita.
L’Oratorio intende educare a crescere secondo
i parametri del servizio e del dono di sé: catechesi, preghiera,
gioco, divertimento, laboratori, attività, gite, vacanze insieme… Tutto
è finalizzato all’apprendimento del servizio a Dio e agli altri come
stile di vita. All’Oratorio si impara a donarsi, a spendersi, a
sprecarsi e ad esagerare per Dio e per gli altri. Solo da qui nascono
scelte di vita autentiche che si esprimono nelle diverse vocazioni e in
particolare in quelle di speciale consacrazione. Spesso
accade anche che l’Oratorio si tramuti per molti in una sorta di
parcheggio o di nido in cui attendere che, quasi per magia, si raggiunga
l’età opportuna per accasarsi: così tanti prolungano la propria
adolescenza oltre i limiti della natura e del buon senso, pretendendo,
magari, che l’Oratorio debba ancora pensare ad essi, nell’illusione di
non essere ancora abbastanza grandi, in realtà perché così vivendo non
si ha niente da perdere. Invece, è tempo di capire che un giovane in Oratorio non deve più
starci tanto per ricevere qualcosa, ma piuttosto per dare e offrire ai più
giovani ciò che si è ricevuto. L’Oratorio
non è fatto per rimanerci tutta la vita: esso è un ambiente, un tempo e
un luogo di passaggio per
imparare a immettersi nella vita adulta (professionale, familiare,
ecclesiale…). Occorre quindi imparare ad uscire dall’Oratorio, a
spiccare il volo, a stare in piedi con le proprie gambe, a compiere scelte
concrete e definitive (c’è chi a 24 anni è diventato prete o ha
formato la propria famiglia). 5.
L’Oratorio non è tutto Questi
obiettivi esigenti non significano che l’Oratorio debba essere per soli
pochi eletti, ma piuttosto che esso deve sempre proporsi a tutti come
occasione di cammino e di crescita. A chiunque entra in Oratorio questo
viene richiamato sia dalla presenza degli educatori che dai segni
dell’ambiente stesso e dal metodo educativo adottato: avvisi, slogan, la
presenza di una cappella e di un prete o educatore stabile di Oratorio, i
luoghi significativi del ritrovarsi e del lavoro comune, un linguaggio e
un comportamento appropriati, l’uso sobrio e corretto delle cose, un
certo modo di giocare e di divertirsi… Chi
varcasse la porta dell’Oratorio cercando altro da questo o con altri
fini o, addirittura, pretendendo che tutto ciò non venga neppure
richiamato, si troverà inevitabilmente deluso o a disagio: ma ciò non
significa una carenza da parte
dell’Oratorio; piuttosto si dimostra, in tal modo, la coerenza
che esso propone e mantiene. I lontani, gli indifferenti o gli indecisi
rimangono la preoccupazione costante di chi educa, ma non sempre esistono
mezzi, forme e capacità per affrontare questo tipo di pastorale;
oltretutto, oggi sarebbe davvero ingenuo pensare che questo possa essere
compito soltanto del prete! Pensiamo al caso di ragazzi e giovani
provenienti da altri Paesi e culture. Occorrerà
perciò formare educatori pronti
anche alla missione, capaci di avere tempo, occasioni e qualità
pedagogiche per sapere accostare chi, tra i più giovani, è più o meno
lontano da un cammino di fede. E
questo è anche il nostro impegno pastorale attuale! Sono queste
problematiche da affrontare in Consiglio d’Oratorio. La
riscoperta del compito della comunità cristiana, e in essa della famiglia
e di altre realtà ecclesiali, nel cammino di formazione dei ragazzi e dei
giovani alla fede e alla missionarietà non esime, tuttavia, da una
effettiva attenzione anche agli
altri luoghi e contesti educativi, in cui i giovani si trovano a
vivere la loro esperienza educativa. Il riferimento
è anzitutto alla scuola, già per il solo fatto del tanto tempo che i
nostri ragazzi e giovani vi trascorrono. Se vogliamo davvero che il
cristianesimo conservi ancora un’immagine pubblica nelle nostre società
attuali (contrastando in questo modo il processo di marginalizzazione e di
privatizzazione che invece sta conoscendo), dovremo impegnarci di più
nella scuola: mostrando meglio il contributo che la tradizione cristiana
sa offrire nel processo educativo di formazione degli uomini e donne del
nostro domani. Le modalità e le
iniziative nel mondo della scuola possono essere diverse in particolare
per i giovani che frequentano le scuole superiori e per gli eventuali
sbocchi universitari e professionali, visto che mediamente solo l’8-12%
dei giovani continua a frequentare le nostre parrocchie e i centri
giovanili: un maggiore coordinamento tra gli insegnanti di religione cattolica
tra di loro e la vita delle comunità locali; il sostegno del compito educativo delle famiglie presso i rispettivi
istituti e comprensori scolastici; e la promozione
dell’associazionismo cattolico sia quello tradizionale (UCIIM, AIMC…)
sia quello nuovo (vedi ad es. l’interessante gruppo de “La rosa
bianca”) presso docenti e studenti. 6.
Educare insieme: comunità e famiglia L’Oratorio realizza il progetto educativo
attraverso la “comunità degli educatori” (prete, catechisti,
animatori dei vari gruppi di interesse e di servizio, Consiglio
d’Oratorio), accompagnando i minori verso la loro maturità cristiana.
Tale comunità educante nasce nella comunità della parrocchia, la quale
promuove il numero, la qualità, la formazione degli educatori e la loro
sintonia con la vita, le iniziative della comunità parrocchiale e
diocesana. Fondamentale resta la
formazione degli educatori, valorizzando la figura del prete
incaricato dal Vescovo a questo scopo per l’unità o zona pastorale,
i corsi vicariali per formatori, ritiri ed esercizio spirituali compresi,
d’intesa con il servizio di Pastorale giovanile diocesano per gli
educatori dei giovani. Sono
convinto che la grande scelta strategica da fare, come Chiesa, sia quella
della formazione. Nella vita della Chiesa,
delle nostre parrocchie e istituzioni varie, sono le persone la prima
risorsa per formare ad una fede “adulta e pensata”. Diversamente
prevale la tentazione di “contare” il numero delle persone che
frequentano la parrocchia, e quindi di privilegiare le iniziative più
aggregative, e di considerare un fallimento le proposte di formazione.
L’istanza di formazione non può evidentemente essere intesa come
autosufficienza della singola parrocchia. Essa sarà sempre da leggere
“sul territorio”, e, in questa prospettiva, fondamentali saranno gli
aiuti provenienti dal Vicariato. Alla istanza di formazione non possono sottrarsi le famiglie, i genitori primi educatori, visto che i ragazzi e i giovani sono tutti dei figli. Alle famiglie, nei confronti delle quali l’Oratorio si propone come strumento educativo della parrocchia, con attenzione alla totalità della popolazione giovanile che vive nel territorio, è chiesta la collaborazione, che si concretizza: ·
nell’aiuto
reciproco per capire i ragazzi, gli adolescenti e i giovani attraverso un
rapporto sincero con gli educatori; ·
nella
collaborazione per la formulazione del progetto educativo e per la
verifica degli itinerari percorsi con regolari incontri durante l’anno; ·
nel
sostegno ad altre famiglie di ragazzi, adolescenti e giovani che vivono in
difficoltà; ·
nella
partecipazione ad alcune attività dell’Oratorio, che prevedono la
presenza e il coinvolgimento delle famiglie; ·
nel
coinvolgimento dell’animazione di alcuni momenti forti (, i GREST o CRES,
i campeggi... le “domeniche insieme”). È bello vedere mamme e papà che scelgono di
trascorrere il pomeriggio festivo insieme ai loro figli, contribuendo
attivamente alle varie iniziative che l’Oratorio propone. È davvero
festa quando i nostri ragazzi si ritrovano insieme per la messa in
parrocchia, pranzano insieme, quando si impegnano nell’allestimento di
piccole rappresentazioni o si cimentano in attività manuali, quando la
domenica diviene un’occasione bella e preziosa a dispetto di chi
sostiene che, ormai, non è più tempo per l’Oratorio festivo. L’Oratorio resta comunque, innanzitutto,
l’ambiente educativo dei ragazzi, adolescenti e giovani, sollecitandone
il protagonismo, come esperienza di servizio agli altri e come occasione
di crescita personale degli adolescenti stessi. All’Oratorio compete
anche una certa attività feriale quotidiana. L’Oratorio,
secondo la pastorale del vescovo Andrea Carlo Ferrari, per venire incontro
alle esigenze dei giovani, doveva avere anche una vita feriale,
quotidiana, perché il contesto esterno non distruggesse nella settimana
quanto veniva costruito la domenica. Una figura che si sta rivelando significativa a
questo proposito è l’educatore
stabile d’Oratorio, necessaria nella misura in cui si vuole
mantenere in un clima educativo alcuni ambiti di impegno quali le attività
di cortile, sportiva e ludica, le attività aggregative in genere rivolte
anche ai frequentatori estranei al mondo giovanile, per non tralasciare la
cura delle strutture. Perché non diventi un factotum,
tale figura non va lasciata sola, ma sostenuta dagli altri volontari e
dalla comunità, assicurandone una specifica formazione spirituale e
pedagogica e, nel caso, anche una adeguata rimunerazione. 7.
Continuità al di là del cambio dei preti Chi
vive l’Oratorio sulla propria pelle, conosce la fatica necessaria per
far fiorire tutto ciò e, spesso, dal nulla; ma si tratta di una fatica
bella perché si è certi di camminare in
comunione con il Vescovo e la Diocesi, seguendone le indicazioni e lo
stile. Quando si lavora così, e non secondo il proprio gusto personale,
si può stare sicuri che i frutti, a loro tempo, verranno, perché
significa che si sta dissodando un solco destinato a rimanere e a non
scomparire ad ogni cambio di prete incaricato! Sì, al termine di questa due giorni
il progetto pastorale educativo che ne uscirà sarà confermato e
consegnato dalla Chiesa, nella sua saggezza: a voi spetta il compito di
interpretarlo e attuarlo per la vostra particolare situazione, ma sempre
come servitori appassionati, che imparano anche ad obbedire, fidandosi
volentieri delle indicazioni del Vescovo e di chi lo rappresenta. La
diocesanità è dunque per voi
in Oratorio (ma ciò vale tanto più per la parrocchia)
il criterio irrinunciabile: non solo per discernere le scelte immediate,
ma anche per guardare al futuro delle nostre comunità e a chi verrà poi;
ecco perché, ad esempio, dobbiamo promuovere una più stretta
collaborazione tra gli Oratori, consapevoli che, ormai la nostra Chiesa
sta camminando sempre più verso una pastorale unitaria e d’insieme, tra
parrocchie grandi e parrocchie piccole, e ciò anche a motivo della
scarsità del clero. Ciò richiede che la parrocchia o l’Unità pastorale si faccia carico del progetto formativo dell’Oratorio. Ascoltando, perfezionando e facendo proprie le problematiche e le iniziative che il Consiglio d’Oratorio propone. E, per sottolineare questa prospettiva unitaria, perché non avviare un periodico di informazione, testimonianza e confronto sulla vita dei vari Oratori guastallesi, del tipo “Eco degli Oratori” promosso dal Card. Ferrari a Milano? O, in versione più aggiornata, un sito internet, che magari attivi il dialogo coi ragazzi e i giovani stessi? 8. Oratorio e associazioni È
quindi importante che le persone della comunità vengano educate fin
d’ora e fin da piccoli a concepire in maniera nuova il rapporto tra
Parrocchie: oltre tutto si tratta di ragazzi che già a scuola o in giro
per la città o il territorio si ritrovano e si conoscono anche se
appartenenti a comunità o zone diverse. A
questo stile di servizio e di corresponsabilità nella Chiesa è
finalizzata, per fare un esempio, la proposta educativa della Azione cattolica. Là dove ancora è presente e opera, già a
partire dai ragazzi dell’ACR e dai giovani, non mancano frutti e come
tale andrebbe ancora sostenuta e diffusa, soprattutto in vista di una
formazione dei ragazzi e dei giovani alla diocesanità. Ma è l’Azione
Cattolica che deve muoversi andando sul territorio verso le parrocchie. Più
presente in alcune parrocchie del guastallese è però l’esperienza
scout con l’AGESCI, consigliata per quei ragazzi e giovani che sono
notevolmente portati al dinamismo associativo e ai linguaggi della
spiritualità del servizio, della responsabilità personale e della
strada. Certamente si dovrebbe evitare che
l’Oratorio abbia a legarsi a qualche gruppo o movimento di sorta: se
queste realtà sono una ricchezza per la Chiesa, rimane però il fatto che
l’Oratorio (e, prima ancora, la Parrocchia) non possono mai essere
espressione di uno stile o di una sensibilità particolari, ma devono
sempre mantenere lo stile popolare che abbraccia, raggiunge, educa tutti,
compresi i gruppi e movimenti, e non ad estraniarsi da essa: infatti per
noi la Chiesa concreta, da vivere qui e ora è rappresentata proprio dalla
Parrocchia. L’Oratorio
vuole, quindi educare anche a questo, e non sarebbe un buon Oratorio se
questi intenti non facessero parte del suo progetto educativo. È certo
faticoso per molti dovere rivedere uno stile o delle convinzioni, a cui in
buona fede si era dato credito; tuttavia rimane anche doveroso e onesto
riconoscere e cambiare quei cammini che non fossero conformi alle
indicazioni del Vescovo e della nostra tradizione diocesana. 9. Dare a tutti la passione educativa Da
quanto detto fin qui, appare chiaro che ci attende un lavoro arduo ed
esigente: certo non riusciremo noi a fare tutto; il solco è stato
dissodato e soltanto all’inizio. Ma l’importante è che si stia
lavorando tutti nella direzione giusta, anche se, in una Parrocchia, i
brontoloni non mancheranno mai! Per fortuna, però, ci sono ancora molti
che nelle nostre comunità amano, stimano e sostengono l’Oratorio,
rimettendoci spesso anche del proprio: è
quindi giusto esprimere qui la riconoscenza del Vescovo verso tutti
coloro, grandi e piccoli, che stanno dando l’anima per il bene e lo
sviluppo dell’Oratorio. Ciò
dovrebbe costituire uno stimolo per tutta la comunità a farsi carico
volentieri dei bisogni e delle necessità dell’Oratorio, imparando a
frequentarlo sempre più (e non solo in occasione della sua festa
annuale), ad essere più partecipi delle sue iniziative. Vuol dire
rendersi conto anche delle sue eventuali carenze economiche e di
struttura, soprattutto della sua povertà di risorse educative. Scriveva
il Card. Ferrari: “Si differisca
nella parrocchia ogni altro lavoro o spesa per la medesima chiesa, ma,
quant’è possibile, si provveda all’oratorio, perché non venga il
mestissimo giorno di vedere la chiesa deserta, per quanto allargata e
abbellita”. Si tratta di sentire l’Oratorio come bene comune,
primario e irrinunciabile per la Parrocchia, e perciò di dare (la comunità
e non il prete!) spazi e mezzi adeguati perché i ragazzi possano avere ciò
che è necessario alle loro attività e, soprattutto, per la loro
formazione. Conclusione In
conclusione vorrei ricordare le parole del Beato Card. I. Schuster: “Oggi
si vuole un aggiornamento della nostra antica e veneranda istituzione
parrocchiale e dell’Oratorio che altri in Italia ci invidiano. Dove gli
Oratori tendono a trasformarsi in ricreatori è necessaria una seria
riforma, perché non si snaturi tale salutare istituzione… critiche e
lamenti contro gli Oratori ne ascoltiamo parecchi. E tuttavia ripetiamo ai
parroci che come ci vuole il Seminario per formare dei buoni preti, così
ci vuole altresì l’Oratorio a formare dei buoni cristiani”.
È quello che anche noi vorremmo mai
dimenticare! + Adriano VESCOVO Guastalla – Oratorio “Don Bosco” – 12 gennaio 2008
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